giovedì 19 luglio 2012

Calcio italiano: quale modello imitare?

Sirigu, Menez, Thiago Motta, Pastore, Menez, Lavezzi, Thiago Silva, Verratti e Ibrahimovic per non parlare di Carlo Ancelotti pagato a peso d'oro per la panchina. E' l'elenco, in verità abbastanza impressionante, dei giocatori che in due anni Leonardo ha portato dal nostro campionato a vestire la maglia del Paris Saint Germain.
 
 Una lista della spesa che supera i 200 milioni di euro solo di costo dei cartellini, escludendo i contratti, tra cui quello assai oneroso del tecnico di Reggiolo. 
Difficile esprimere gratitudine al brasiliano, longa manus dello sceicco, ma certo portare una tale vagonata di soldi freschi nelle disastrate casse dei club italiani può a gioco lungo rivelarsi un titolo di merito per l'uomo passato dalle panchine di Milan e Inter prima di approdare trionfalmente a Parigi. 


Molti commentatori hanno sottolineato il passo indietro innegabile del nostro campionato che negli anni sta perdendo sempre più appeal verso i campioni di prima fascia. 

In realtà se questo può essere vero per la  Liga e la premier league, non credo lo stesso discorso possa essere fatto per la Ligue francese dove a comprare è un solo club, peraltro sonoramente e sorprendentemente battutto lo scorso anno da una provinciale come il Montpellier.

Credo che il sorpasso che deve preocupare di più il nostro calcio sia quello subito dalla serie A ad opera della Bundesliga che rappresenta il vero modello da imitare se si vuole rilanciare il pallone italico. 
Non essendo all'orizzonte l'approdo nello stivale nè di sceicchi, nè di magnati russi e tantomeno di miliardari cinesi pronti ad acquistare squadre italiane, per motivi che riguardano anche le difficoltà che sta vivendo il sistema - paese, non resta che riorganizzarsi puntando su qualche buona idea, come hanno fatto in Germania. 
Sulle rive del Reno hanno per prima cosa costruito stadi belli e moderni, poi hanno puntato sui giovani e infine hanno adottato riguardo agli stranieri una politica che guarda più alla qualità che alla quantità.

Prendiamo ad esempio il Bayern Monaco, non a caso asse portante anche della nazionale tedesca. Su un'ossatura germanica sono stati inseriti due fuoriclase come Robben e Ribery e non decine di stranieri che, come accade per molte squadre italiane hanno a volte interamente composto l'undici titolare.


Da quando, e sono ormai più di trent'anni, faccio questo mestiere credo di poter dire che il periodo migliore.del nostro calcio sia stato quello in cui i club italiani potevano schierare due o tre stranieri al massimo.
Al Milan arrivarono Gullit, Rijkard e Van Basten, alla Juve Platini e Boniek, all'Inter Matthaus e Brehme, al Napoli Maradona e Careca.
Sull'anima italiana delle squadre grandi e piccole si innestavano autentici gioielli e non una massa di calciatori che in molti casi non portano alcun valore aggiunto sul piano tecnico.

Certo l'avvento della legge Bosman è stato il grimaldello che ha fatto saltare quell'equilibrio virtuoso sul quale il calcio italiano ha dominato la scena internazionale dalla metà degli anni ottanta.
Ma le norme comunitarie sono state sfruttate alla grande da chi ha voluto trasformare il calcio in un circo Barnum tutto basato sui soldi, con il mercato sostanzialmente sempre aperto e i procuratori dei giocatori a farla da padroni.
Ora la festa è finita e chissà che non sia un bene, se questo significherà un ritorno alle idee e alla competenza.


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